La scoperta degli elementi

Rame · storia estesa · Antichità 40 min

Storia estesa · 3° elemento scoperto

Rame Cu

9000 a.C. · Çayönü Tepesi, Anatolia sud-orientale 40 minuti di lettura ← La scheda del rame

Il rame non ha uno scopritore perché è arrivato prima della scoperta: prima del fuoco che fonde, prima della scrittura, prima dell'idea stessa di metallo. La sua storia è quella di chi l'ha raccolto in un fiume, battuto a freddo, strappato a una montagna svedese, fasciato sotto le navi, teso sotto l'oceano, nazionalizzato con un voto unanime, e di chi ci ha trovato dentro il sangue azzurro dei polpi e i superconduttori.

Il contesto scientifico dell'epoca

Prima del rame l'umanità conosceva due soli metalli, e nessuno dei due le aveva insegnato nulla: l'oro, che si raccoglie e non si trasforma, e il ferro delle meteoriti, che cade dal cielo e non si trova a volerlo. Il rame è il primo metallo che si lascia fare qualcosa. Affiora nativo, in pepite e vene, di un rosa pallido che scurisce in fretta al rosso e poi al nero o al verde; è tenero, fra 2,5 e 3 nella scala di Mohs, e sotto il martello non si spezza ma si stende. La sequenza con cui l'uomo l'ha domato è la stessa ovunque: prima la battitura a freddo, poi la ricottura che gli restituisce la docilità, poi la fusione dal minerale, infine la colata in forma. Quattro gesti, e nessuno di essi ha una data.

Le prime tracce stanno in due luoghi a poche centinaia di chilometri l'uno dall'altro, ai piedi dei monti che chiudono a nord la Mesopotamia. Nella grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno, perline di rame datate all'8700 avanti Cristo; a Çayönü Tepesi, nell'Anatolia sud-orientale, oggetti di rame nativo battuto a freddo fra il 7200 e il 6600, fra cui uno che somiglia a un amo e uno a un punteruolo. Nel 2026 gli scavi di Çayönü hanno restituito qualcosa di più di un oggetto: un'officina di circa cinque metri quadrati, del 6900-6800 avanti Cristo, con malachite grezza, semilavorata e finita, perline di rame, un piano di lavoro lastricato e i fori dei pali di una tettoia. Non un ritrovamento occasionale ma un posto dove si lavorava il rame, con un mestiere, nel Neolitico preceramico.

Dall'altra parte del mondo, e senza alcun contatto, la stessa cosa succede sui Grandi Laghi. Intorno al lago Superiore il rame nativo affiora in vene pure al novantanove per cento e in pepite nei greti, sull'Isle Royale, sulla penisola di Keweenaw, lungo il fiume Brule; e le popolazioni del periodo arcaico, dal 6500 avanti Cristo, lo scaldano, lo ricuociono e lo martellano in punte di lancia, coltelli, punteruoli, asce. Il piombo intrappolato nei sedimenti dei laghi del Michigan dice che l'estrazione era già cominciata verso il 6000. Il cimitero della Old Copper Culture a Oconto, nel Wisconsin, è stato riscoperto nel giugno del 1952 da un ragazzo di tredici anni che giocando in una vecchia cava ha dissotterrato ossa umane. Il rame americano non conosce la fusione: è metallurgia senza forno, per ottomila anni, fino alle lastre dei Mississippiani.

Il fuoco arriva nei Balcani. A Pločnik e a Belovode, in Serbia, le scorie e i residui di fusione più antichi che si conoscano risalgono a un periodo fra il 5500 e il 5000 avanti Cristo: sono le genti della cultura di Vinča, che cavano il minerale su larga scala a Rudna Glava e lo fondono. Ma la cosa sorprendente è quanto poco lo facciano. Solo una frazione del minerale estratto diventa metallo, e il metallo diventa ornamenti e ninnoli, non attrezzi: gli attrezzi restano di selce scheggiata, di osso, di corno. Il grosso della malachite, probabilmente, finiva in polvere, per colorare la ceramica o il corpo. La prima fusione della storia non è nata per fare strumenti migliori: è nata, come quasi tutto ciò che conta, per fare cose belle.

Per un secolo gli archeologi hanno litigato su come chiamare quell'epoca in cui si usava il rame ma non ancora il bronzo. La divisione in tre età — pietra, bronzo, ferro — non aveva posto per essa. Negli anni Settanta dell'Ottocento l'ungherese Ferenc Pulszky, davanti ai grandi oggetti di rame del bacino dei Carpazi, propose un'età del rame; nel 1881 John Evans riconobbe che il rame precede quasi sempre il bronzo e ne fece un periodo di transizione; nel 1884 Gaetano Chierici la ribattezzò in italiano eneolitica, e verso il 1900 molti ripiegarono su calcolitica, dal greco chalkós, rame, e líthos, pietra. Nessun nome ha vinto del tutto, e il concetto stesso ha perso terreno: in alcune regioni l'età del rame coincide con il Neolitico da un capo all'altro. Il rame ha dato il nome a un'età e poi se l'è vista contestare.

Il bronzo, all'inizio, nessuno l'ha voluto. Il rame fuso da certi minerali dei Balcani, ricchi di silicio e di arsenico, usciva più duro del rame puro senza che nessuno sapesse perché: è il «bronzo naturale», in uso corrente già intorno al 5500 avanti Cristo. Le leghe di rame e arsenico, dal colore argenteo, più resistenti, con un punto di fusione più basso e più facili da lavorare, hanno i primi manufatti conosciuti a Tal-i-Iblis, sull'altopiano iranico, fra il 3800 e il 3400. La lega deliberata con lo stagno — quella che chiamiamo bronzo — arriva circa quattromila anni dopo la scoperta della fusione e duemila dopo il bronzo naturale. Un'età intera prende il nome da una miscela che per due millenni era stata un caso. Ed è nell'età del bronzo, non prima, che compare la scrittura.

Nel 1961 una spedizione guidata da Pessah Bar-Adon trova, in una grotta sul Nahal Mishmar, nel deserto di Giuda vicino al Mar Morto, un fagotto avvolto in una stuoia di paglia e nascosto sotto i detriti di una fessura: quattrocentoquarantadue oggetti, di cui quattrocentoventinove di rame, più sei di ematite, uno di pietra, cinque d'avorio di ippopotamo e uno d'avorio d'elefante. Il carbonio della stuoia li data almeno al 3500 avanti Cristo. Corone, scettri, «bacchette» con teste di capra: nulla di utile, tutto di prezioso. Sembrano raccolti in fretta. Da allora si discute se fossero gli arredi del tempio calcolitico di Ein Gedi, undici chilometri più a sud, seppelliti per non farli profanare, o il magazzino di un mercante. Quel che non si discute è la maestria: a quella data, nel Levante, il rame era già un linguaggio.

Una cosa è raccogliere il rame dove affiora, un'altra scavarlo. La valle di Timna, nel deserto a nord di Eilat, è uno dei luoghi più antichi in cui si sia fatto il secondo: il minerale vi si estrae dal sesto o quinto millennio avanti Cristo, e la miniera vera e propria, non il solo affioramento, dal quarto. Gli egizi vi tenevano un santuario della dea Hathor e portavano a casa il rame per gli ornamenti ma soprattutto per tagliare la pietra: una lama di rame e della sabbia fanno una sega. Beno Rothenberg, che scavò la valle dal 1959 al 1990, vi contò diecimila miniere e campi di fusione con forni e incisioni rupestri. Lo Stato d'Israele ha riaperto l'estrazione nel 1955, l'ha chiusa nel 1976 e l'ha ripresa nel 1980: la stessa roccia, seimila anni dopo, serve ancora.

Il rame è anche il colore del pigmento che si considera il primo mai sintetizzato. Il blu egizio, un silicato di calcio e rame, entra in uso verso il 3250 avanti Cristo e colora per più di tre millenni le ceramiche invetriate d'Egitto; Vitruvio ne dà la ricetta — minerali di rame o bronzo, calce, un fondente come il natron — e la chimica moderna l'ha confermata. Poi, nel quarto secolo dopo Cristo, il segreto si perde. Per i greci è chalkós, per i romani aes, e quando serve distinguerlo dalle sue leghe aes Cyprium, il metallo di Cipro, che si accorcia in cuprum. Gli alchimisti lo assegnano a Venere: perché lucido e buono per gli specchi, perché Cipro era sacra ad Afrodite, e perché fra i sette metalli e i sette astri erranti Venere è la più luminosa dopo il Sole e la Luna, come il rame è il più desiderabile dopo l'oro e l'argento.

Nell'estate del 1982 un pescatore di spugne di Yalıkavak, Mehmet Çakir, descrive a un archeologo dei «biscotti di metallo con le orecchie» visti sul fondo davanti al capo di Uluburun, in Turchia. Sono lingotti a pelle di bue, e sotto c'è una nave della fine del XIV secolo avanti Cristo. Undici campagne dal 1984 al 1994, ventiduemilaquattrocentotredici immersioni, e un carico che prima si conosceva solo dai testi e dalle pitture delle tombe egizie: dieci tonnellate di rame in trecentocinquantaquattro lingotti a pelle di bue e centoventuno a focaccia, quasi tutto rame di Cipro secondo gli isotopi del piombo, più circa una tonnellata di stagno, la proporzione giusta per undici tonnellate di bronzo. È il carico che le lettere di Amarna elencano fra i doni dei re. Il rame, nel Mediterraneo dell'età del bronzo, viaggiava da sovrano a sovrano.

All'altro capo d'Europa, sul promontorio del Great Orme in Galles, quattromila anni fa si apre una miniera che oggi si visita. Si cavava malachite con pietre e attrezzi d'osso, nel calcare; si stima che ne siano uscite fino a millesettecentosessanta tonnellate di rame, abbastanza per circa duemila tonnellate di bronzo. Il periodo migliore va dal 1700 al 1400 avanti Cristo, e verso il 1600 in Britannia non restava aperta nessun'altra miniera di rame: nessuna reggeva il confronto. Ad Alderley Edge, nel Cheshire, il carbonio data l'estrazione fra il 2280 e il 1890. Sono numeri da industria, ottenuti senza metallo negli attrezzi. Chi scavava il rame del Great Orme lo faceva con la pietra, come chi aveva scavato il primo, tremila anni prima, in Anatolia.

Che il rame valga meno dell'oro non è una legge di natura. Nell'Africa subsahariana, dalle prime miniere di Agadez intorno al 2000 avanti Cristo fino ai primi dell'Ottocento, il rame fu considerato più prezioso e più prestigioso dell'oro e dell'argento: si scambiava in tutto il continente e aveva funzioni religiose, politiche, sociali, mentre i giacimenti d'oro restarono ignorati fino all'arrivo dei mercanti arabi e portoghesi. Nelle Ande il manufatto più antico è una maschera di rame del 1000 avanti Cristo trovata in Argentina; la metallurgia peruviana comincia verso il 500 e diventa produzione su larga scala con la cultura Sicán, intorno al 900 dopo Cristo. E a Cahokia, sul Mississippi, fra il 1000 e il 1300 si battono lastre di rame dei Grandi Laghi con la tecnica di sempre: martello e ricottura. Ogni continente ha avuto la sua età del rame, e nessuna somiglia all'altra.

La vicenda umana

Il rame non ha uno scopritore, ma ha un uomo che lo teneva in mano quando è morto. Il 19 settembre 1991 due turisti tedeschi, Helmut ed Erika Simon, vedono un corpo affiorare dal ghiaccio a tremiladuecentodieci metri, nelle Alpi Venoste, sul confine fra Austria e Italia. Nei giorni successivi, mentre il maltempo rimanda il recupero, Reinhold Messner e Hans Kammerlander esaminano i suoi oggetti — vestiti di pelle, contenitori di corteccia di betulla, un'ascia — e Messner, vedendo un disegno dell'ascia, suggerisce che quel morto sia molto più vecchio di quanto si pensa. Viene tolto dal ghiaccio il 23 settembre. È Ötzi, vissuto fra il 3275 e il 3230 avanti Cristo circa, la mummia naturale più antica d'Europa, con una punta di freccia nella spalla sinistra: qualcuno l'ha ucciso. Oggi sta a Bolzano, e con lui la sua ascia.

L'ascia ha un manico di tasso lungo sessanta centimetri, lavorato con cura, con un gomito ad angolo retto in cima; la lama, lunga nove centimetri e mezzo, è rame al 99,7 per cento, ottenuta per colata e mai indurita a martello, incastrata nella forcella del legno e legata con pece di betulla e strisce di cuoio. Il filo sporge dalla legatura e porta i segni di aver tagliato e spaccato: era uno strumento, e un possesso di valore, e un segno di rango. Il dettaglio più sorprendente è venuto nel 2017: benché nelle Alpi si estraesse rame già al tempo di Ötzi, il metallo di quella lama viene dalla Toscana meridionale. Un uomo morto a tremila metri sul confine austriaco impugnava rame che aveva attraversato mezza penisola. Cinquemila anni fa il rame aveva già rotte, e le rotte erano lunghe.

A Falun, in Svezia, una montagna di rame ha retto un regno. La si scava dal decimo secolo, di sicuro dal 1080; un documento del 16 giugno 1288 registra la cessione di un ottavo della miniera, ed è il documento in cui si legge per la prima volta una cosa nuova: i minatori liberi ne possedevano quote, in proporzione ai forni che avevano, e quella struttura è l'antenata della società per azioni. La Stora Enso, che ne discende, viene spesso chiamata la società per azioni più antica ancora in attività. Nel Seicento la Grande Montagna di Rame produce fino a due terzi del rame consumato in Europa, con il picco del 1650 sopra le tremila tonnellate; paga le guerre della Svezia potenza, il Consiglio del regno la chiama «il tesoro e la roccaforte della nazione», e la moneta svedese si regge sul rame. Un impero, per un secolo, ha avuto la forma di un buco.

Nell'estate del 1687 la montagna comincia a rombare. Il metallo era stato cavato per mezzo millennio senza una mappa d'insieme né un'idea di quanto reggesse la roccia, e la vigilia di mezza estate il diaframma fra i pozzi principali cede: una parte enorme della miniera sprofonda. Nessuno muore, perché quella è una delle due sole giornate dell'anno in cui i minatori non scendono; l'altra è Natale. Il cratere che si apre è la Grande Fossa che si vede oggi. Linneo, che la visitò, descrisse uomini che salivano scale traballanti con il sudore che colava «come acqua da un bagno», e concluse che Falun era «una delle grandi meraviglie della Svezia, ma orribile quanto l'inferno». La miniera sopravvisse al crollo: passò al ferro, al legname, al rosso di Falun, la vernice, perfino a cinque tonnellate d'oro dal 1881. L'ultima mina è esplosa l'8 dicembre 1992.

In Andalusia un fiume scorre rosso per cinquanta chilometri, acido, carico di ferro e di metalli, e si chiama per questo Río Tinto. Lungo le sue rive si scava dal 3000 avanti Cristo: tartessi e iberi, poi fenici, greci, romani, visigoti, mori. Abbandonate e riscoperte nel 1556, riaperte dallo Stato spagnolo nel 1724 e gestite male, le miniere vanno all'asta il 14 febbraio 1873: le compra per tre milioni e seicentottantamila sterline un sindacato guidato dallo scozzese Hugh Matheson, con la Deutsche Bank al cinquantasei per cento, a un prezzo che poi si giudicò molto sotto il valore e con la rinuncia perpetua della Spagna a ogni diritto sulla produzione. La Rio Tinto Company nasce il 29 marzo; dal 1877 al 1891 è il primo produttore di rame del mondo. Il fiume, intanto, è diventato un laboratorio: la sua chimica si confronta con quella delle rocce di Marte.

La compagnia calcinava la pirite all'aria aperta, e i fumi tossici avvelenavano i campi. Contadini e minatori, che di solito stavano su fronti opposti, si ritrovarono insieme, con qualche anarchico locale. Il 4 febbraio 1888 diverse migliaia di persone marciano sul municipio di Riotinto per consegnare al sindaco le loro petizioni; la Guardia Civil, temendo la folla, apre il fuoco: almeno tredici morti e trentacinque feriti. Una protesta di massa contro l'inquinamento, e finisce nel sangue. Il rame moderno comincia così, con una domanda che tornerà identica in Giappone pochi anni dopo e nel Montana un secolo dopo: quanto vale un fiume, quanto valgono i campi, rispetto a ciò che c'è sotto.

Per quasi due secoli, dai primi del Settecento alla fine dell'Ottocento, il rame del mondo si fondeva in una valle del Galles. Lungo il fiume Tawe, a Swansea, le fonderie ricevevano minerale dalla Cornovaglia e dal Devon e poi dalle Americhe, dall'Africa, dall'Australia; la città si chiamò Copperopolis, e i suoi fonditori divennero così abili a recuperare oro e argento dai minerali complessi che negli anni Cinquanta dell'Ottocento l'Arizona e nei Sessanta il Colorado spedivano i concentrati fin lì. Uno di quei fonditori, Charles Saint Lambert, portò intorno al 1830 i forni a riverbero in Cile: il rame cileno decollò, dal 1850 al 1870 fu il primo del mondo, in certi anni il sessanta per cento della produzione, e il dazio sulle esportazioni più di metà delle entrate dello Stato. Lambert aveva seminato, in Cile, la rovina della propria fonderia gallese.

Le navi di legno, nei mari caldi, venivano mangiate. La teredine forava lo scafo, le alghe lo rallentavano, e la Royal Navy provava ogni rimedio: catrame, pece, lamine di piombo. Fasciare la carena di rame lo aveva proposto Charles Perry nel 1708, e il Navy Board aveva detto di no per il costo. Nel 1761 la fregata Alarm torna dalle Indie Occidentali in condizioni così pietose che si decide di rivestirle tutto il fondo. Funziona oltre ogni attesa: il rame in acqua di mare forma una pellicola velenosa di ossicloruro che tiene lontani vermi ed erbe, e la nave resta veloce. Ma nel 1766 il rame va tolto, perché i bulloni di ferro dello scafo si stanno sbriciolando: nessuno capisce ancora che due metalli diversi in acqua salata fanno una pila. La chimica che avrebbe spiegato il guasto era di là da venire; la Dolphin, intanto, era già partita fasciata di rame per un viaggio di esplorazione.

La decisione la prese la guerra. Nel 1778 la Francia entra nel conflitto americano contro la Gran Bretagna, nel 1779 la Spagna, nel 1780 l'Olanda: tre rivali insieme, e Charles Middleton, controllore della Marina, scrive che la flotta è «in inferiorità numerica in ogni stazione». Non c'è tempo per costruire navi nuove; c'è il rame, che permette a quelle esistenti di restare in mare molto più a lungo senza tornare in bacino a farsi pulire. Le navi fasciate, ancora mai provate, vincono con Rodney alle Saintes nel 1782; poi i bulloni tornano a corrodersi, finché si trova la lega giusta — rame e zinco — e nel 1786 l'Ammiragliato fa ribullonare, a un costo enorme, ogni nave della flotta. I Lloyd's assicuravano a premio più basso gli scafi fasciati, perché erano i meglio tenuti: da lì viene copper-bottomed, che in inglese è rimasto sinonimo di qualità. Il Cutty Sark porta ancora il suo rivestimento di metallo Muntz.

L'industria del rame degli Stati Uniti nasce riscoprendo una delle miniere più antiche del mondo. Nel 1667 il missionario Claude Allouez annota che gli indiani del lago Superiore tengono care le pepite di rame; a Claude Dablon mostrano il masso di Ontonagon, una tonnellata e mezza di rame nativo sulla riva di un fiume. Nel 1841 il rapporto del geologo Douglass Houghton, nel 1843 il trattato di La Pointe, la pubblicità del masso portato a est e un ufficio federale delle terre minerarie a Copper Harbor scatenano la corsa. I cercatori trovano il rame per terra, e i pozzi abbandonati dagli indigeni millenni prima li guidano ai giacimenti migliori: la Cliff, dal 1845, è la prima miniera che rende. Arrivano i minatori della Cornovaglia. Dagli anni Ottanta dell'Ottocento alla Grande Depressione gli Stati Uniti producono da un terzo a metà del rame nuovo del mondo, e il Keweenaw regge finché Butte, con i suoi solfuri, non lo eclissa.

Butte, nel Montana, era un campo d'argento quando Marcus Daly ci arrivò nel 1876 per conto dei fratelli Walker. Nel 1880 vende la sua parte e compra con i soldi di Hearst, Haggin e Tevis di San Francisco una miniera che si chiama Anaconda: sotto l'argento c'è rame, e nel giro di pochi anni Butte è il più grande produttore del mondo. L'aria si riempie di fumo solforoso, e Daly sposta la fonderia a trenta miglia, in una città che si chiama Anaconda anche lei; la ciminiera è ancora lì. Nel 1899 si allea con Henry Rogers e William Rockefeller della Standard Oil e crea la Amalgamated Copper, uno dei grandi trust del secolo nuovo; muore l'anno dopo. Nel 1915 la società riprende il nome Anaconda e domina Butte per i settantacinque anni successivi, quarta azienda del mondo alla fine degli anni Venti. Sono gli anni in cui tre uomini — Daly, William Clark, Augustus Heinze — si fanno la guerra per una collina, e li chiamano i Re del Rame.

Nel 1848 due fratelli, Sanford e Thomas Bingham, trovano minerale di rame in un canyon dello Utah e lo dicono a Brigham Young, che consiglia di lasciar perdere: i coloni mormoni devono prima sopravvivere. Quarant'anni dopo Enos Wall lavora concessioni con il due per cento di rame, una miseria per l'epoca; nel 1903 si mette in società con l'ingegnere Daniel Jackling, e nel 1904 Jackling prende la decisione che cambia l'industria: invece di seguire le vene ricche in galleria, sbancare a cielo aperto tutta la montagna povera con pale a vapore e ferrovie. Si scava dal 1906; nel 1912 è «il più grande complesso minerario industriale del mondo». La fossa di Bingham Canyon è oggi profonda più di milleduecento metri e larga quattro chilometri, e ha dato più rame di qualunque altra miniera della storia, oltre diciassette milioni di tonnellate; la possiede la Rio Tinto. Da allora il rame si estrae così, dai porfidi con meno dell'uno per cento, muovendo montagne.

A Chuquicamata, nel deserto cileno a duemilaottocentocinquanta metri, il rame si scava da quando esiste qualcuno che lo scavi. Nel 1899 in un pozzo antico è stato trovato l'Uomo di Rame, un minatore morto intorno al 550 dopo Cristo, intrappolato da un crollo; nel 1536 gli uomini di Diego de Almagro si fecero dare dagli indigeni ferri di cavallo di rame. La miniera moderna nasce nel 1910, quando un ingegnere americano, Bradley, trova il modo di trattare i minerali ossidati poveri e lo propone all'industriale Albert Burrage, che non ha i capitali e va dai Guggenheim: le loro stime parlano di seicentonovanta milioni di tonnellate al 2,58 per cento. Poi arriva la Anaconda, con la città, la centrale a Tocopilla, l'impianto degli ossidi. Nel 1951 un giovane Che Guevara la visita e la descrive nei diari della motocicletta: «una bellezza senza grazia, imponente e glaciale». Dal 2019 la fossa scende sottoterra.

Il rame, nell'Ottocento, aveva fatto più di metà delle entrate dello Stato cileno; nel Novecento le grandi miniere erano americane. Il processo comincia negli anni Cinquanta con Ibáñez, e alle elezioni del 1970 l'esproprio integrale è uno dei temi centrali: due candidati su tre lo hanno in programma, il terzo vuole una versione negoziata più rapida. Vince Salvador Allende, e all'inizio del 1971 manda al Congresso un emendamento costituzionale che trasferisce allo Stato tutte le miniere, presenti e future. L'11 luglio 1971 il Congresso lo approva all'unanimità — destra, centro e sinistra insieme — e il 16 luglio la legge 17.450 entra in vigore: è il Giorno della Dignità Nazionale. Le tre grandi miniere, Chuquicamata, El Salvador ed El Teniente, appartenevano alla Anaconda e alla Kennecott. Su una cosa sola, in quel paese diviso, erano tutti d'accordo: che il rame fosse cileno.

In Giappone la miniera di Ashio, aperta nel 1610 e subito miniera dello shogunato, passa nel 1877 a Furukawa Ichibei che la modernizza: nel 1884 fa il ventisei per cento del rame giapponese, a fine secolo il quaranta. A valle, lungo il fiume Watarase, i bachi da seta muoiono mangiando le foglie dei gelsi, l'acqua cambia colore, tremila pescatori restano senza pesce, le piene avvelenano e soffocano i raccolti. Shōzō Tanaka, eletto alla Dieta nel 1890, chiede dal 1891 di chiudere la miniera; il governo non risponde. Nel 1897 i contadini marciano due volte su Tokyo, quattromila la seconda, e il ministro Enomoto, andato a vedere, istituisce una commissione d'inchiesta, emana la terza ordinanza per la prevenzione dell'inquinamento minerario e si dimette. Tanaka lascia la Dieta e nel 1901 tenta di consegnare una supplica direttamente all'imperatore Meiji: non ci riesce, ma i giornali la pubblicano. La soluzione dello Stato fu un bacino di espansione al posto del villaggio di Yanaka, raso al suolo nel 1907. Oggi è una zona umida protetta; da lì è nato l'ambientalismo giapponese.

La vite europea, nella seconda metà dell'Ottocento, stava morendo di malattie arrivate dall'America insieme ai vitigni importati: la fillossera e, dietro di lei, la peronospora, un fungo che disfa le foglie. Alexis Millardet, professore di botanica a Bordeaux, girando per i vigneti nota che i filari lungo le strade sono sani mentre tutti gli altri sono malati. Chiede in giro: quei filari erano stati spruzzati con solfato di rame e calce per scoraggiare i passanti dal mangiare l'uva, perché la miscela si vede ed è amara. Un rimedio contro i ladri, non contro il fungo. Millardet lo prova a Château Dauzac con Ernest David, il direttore tecnico, e pubblica nel 1885: è la poltiglia bordolese, che si spruzza ancora oggi. In America Latina, dove la United Fruit la usò dal 1922 sulle banane, la chiamavano perico, pappagallino, perché tingeva di blu i braccianti da capo a piedi.

L'impatto industriale e sociale

Il rame dà il nome a due età della storia umana, la sua e, in lega con lo stagno, quella del bronzo; il ferro a una sola. Una cultura appartiene all'età del bronzo se fonde il proprio rame e lo lega con stagno o arsenico, oppure se commercia per procurarsi bronzo da chi lo fa: la definizione dice già che il rame creò non solo strumenti ma reti. Nel Vecchio Mondo l'età del bronzo è cominciata quasi ovunque entro il 3000 avanti Cristo — nell'Europa sud-orientale fra il 3700 e il 3300, nel Nord-Ovest verso il 2500 — ed è finita con il ferro, fra il 2000 e il 1000 nel Vicino Oriente, verso il 600 nel Nord Europa. Dentro quei confini nasce la scrittura. E il ferro stesso, probabilmente, è figlio del rame: la fusione dell'uno ha insegnato a fondere l'altro. L'elemento senza scopritore è quello che ha reso possibile scoprire il resto.

Roma pesa il rame prima di contarlo. Dal sesto al terzo secolo avanti Cristo i romani usano come moneta pezzi grezzi di rame, valutati per il metallo che sono; a poco a poco la forma e l'aspetto contano più del peso, e nasce la moneta. Cesare fa coniare le sue in ottone, la lega di rame e zinco che i romani producono di proposito per cementazione dalla calamina; Augusto in leghe di rame, piombo e stagno. Sotto quelle monete c'è un'industria: si stima che l'estrazione e la fusione romane del rame arrivassero a quindicimila tonnellate l'anno, una scala che nessuno raggiungerà più fino alla rivoluzione industriale, con le province più scavate in Hispania, a Cipro e nell'Europa centrale. Il Río Tinto era loro, e le monete di rame sono la parte più piccola di ciò che ne fecero.

Il rame ha unito i continenti prima di illuminarli. Il cavo transatlantico del 1858 aveva un'anima di sette fili di rame ritorti, quattro strati di guttaperca, canapa catramata e dieci fili d'acciaio. William Thomson, il futuro Lord Kelvin, aveva esaminato nel 1857 di sua iniziativa campioni di quell'anima, tutti nominalmente uguali, e trovato resistenze che variavano fino al doppio: il rame non era abbastanza puro né abbastanza uniforme. Ma la fabbricazione era già avviata, l'elettricista Whitehouse voleva un cavo più sottile e Cyrus Field scelse l'opzione meno cara. Il 16 agosto 1858 la regina Vittoria telegrafa al presidente Buchanan; il segnale peggiora di giorno in giorno, e dopo tre settimane Whitehouse, per farlo andare più in fretta, gli applica una tensione eccessiva e lo brucia. Il primo filo fra Europa e America è morto perché il suo rame non era stato controllato.

La lezione fu imparata. Il cavo del 1866, quello che funzionò, aveva sette fili di rame «molto puro», settantatré chilogrammi per chilometro, e approdò a Heart's Content, Terranova, per restarci. Da quel momento la purezza del rame è una questione di misura, e nel 1913 la Commissione elettrotecnica internazionale la rende una unità: lo standard IACS fissa la conducibilità del rame commerciale ricotto a 58 milioni di siemens al metro a venti gradi e la chiama cento per cento. Ogni conduttore del mondo si misura da allora in percentuale di rame. La cosa curiosa è che il rame stesso ha superato il proprio standard: la raffinazione è migliorata tanto che il rame elettrolitico di oggi, puro almeno al 99,90 per cento, conduce al 101 per cento IACS. Solo l'argento conduce meglio.

Il rame puro lo fa l'elettricità che lui stesso trasporta. Il metallo che esce dal forno è rame «blister», al 99 per cento, e per un conduttore non basta. Nella cella elettrolitica l'anodo di blister sta in una soluzione di solfato di rame al tre o quattro per cento e acido solforico fra il dieci e il sedici, con una tensione minuscola, fra 0,2 e 0,4 volt: il rame si scioglie all'anodo e si deposita al catodo, puro, mentre ciò che è più nobile di lui — argento, oro, selenio, tellurio — non si scioglie e cade sul fondo come fango anodico, un sottoprodotto che si vende. Il primo impianto moderno è la Norddeutsche Affinerie di Amburgo, dal 1876. Da allora ogni tonnellata di rame elettrico è passata per una vasca dove il rame sporco si scioglie e il rame pulito rinasce, atomo per atomo, dall'altra parte.

Dove finisce il rame, oggi, lo dicono tre numeri: il sessanta per cento in fili e cavi elettrici, il venti in tetti e tubature, il quindici in macchine industriali; le leghe, bronzo e ottone, che per cinque millenni sono state il rame, valgono ormai il cinque per cento. È il rovescio della storia: il metallo delle asce e delle campane è diventato il metallo che non si vede, chiuso nei muri, negli avvolgimenti dei motori, nelle schede. Resta il conduttore preferito in quasi ogni categoria di impianto, tranne le linee aeree ad alta tensione, dove l'alluminio, più leggero, vince. E due usi antichi resistono: la vernice al rame sotto le barche, erede della fasciatura della Royal Navy, e la pentola di rame in cui gli albumi si montano meglio.

La Statua della Libertà è un guscio di rame spesso due millimetri e mezzo. Bartholdi aveva visto sul Lago Maggiore il Sancarlone, ventitré metri di san Carlo Borromeo in lamine di rame sbalzate su un'armatura di ferro, e scelse il rame per la sua Libertà per tre ragioni concrete: costa meno del bronzo e della pietra, pesa meno, si trasporta. Viollet-le-Duc fissò tecnica e materiale — fogli di rame scaldati e battuti con martelli di legno — e Gustave Eiffel disegnò l'ossatura. Quarantasei metri, il doppio del Sancarlone; novantunomila chilogrammi di rame necessari, di cui cinquantottomila donati dall'industriale Eugène Secrétan. Inaugurata il 28 ottobre 1886, la statua è ciò che il rame sa fare: stendersi sottile, prendere forma sotto un martello, e restare.

La statua era color rame opaco, e poco dopo il 1900 cominciò a diventare verde. Nel 1902 i giornali ne parlano, nel 1906 la patina la copre tutta, e il Congresso, convinto che sia corrosione, stanzia sessantaduemilaottocento dollari per ridipingerla dentro e fuori. La protesta pubblica è forte, e il Genio dell'esercito studia la patina prima di toccarla: conclude che protegge la pelle di rame, «addolcisce i contorni della statua e la rende bella». La si dipinge solo dentro. È la chimica del rame all'aperto: lo strato verde di carbonati e solfati che si forma in decenni è una corazza, non una ferita, e sotto di esso un tetto di rame in campagna perde meno di quattro decimi di millimetro in duecento anni. Il tetto del duomo di Hildesheim è del 1280 ed è ancora lì; i romani avevano coperto di rame il Pantheon. Il verde è la firma di ciò che dura.

Il rame è entrato nella vita quando la vita ha incontrato l'ossigeno. La facilità con cui passa da Cu(I) a Cu(II) e ritorno ne fa il metallo delle reazioni con l'ossigeno: sta nella citocromo c ossidasi, l'ultima proteina della catena con cui ogni cellula con nucleo respira; nella plastocianina, una proteina blu al centro della fotosintesi; nelle superossido dismutasi che disinnescano i radicali. Un corpo umano ne contiene fra 1,4 e 2,1 milligrammi per chilo. E nei polpi, nelle chiocciole, nei granchi a ferro di cavallo, il rame fa il lavoro che in noi fa il ferro: l'emocianina trasporta l'ossigeno, ed è incolore quando lo lascia e blu quando lo prende, per cui quegli animali hanno il sangue azzurro. Il rame nei molluschi l'aveva rilevato Bartolomeo Bizio nel 1833; la proteina l'ha isolata Léon Fredericq nel 1878, da un polpo comune.

Il rame che serve alla vita, se non si riesce a espellerlo, uccide. La malattia di Wilson colpisce circa una persona su trentamila: una mutazione del gene ATP7B, ereditata da entrambi i genitori, guasta la proteina che scarica il rame in eccesso nella bile, e il metallo si accumula nel fegato e nel cervello. Il segno che la tradisce è un anello bruno intorno alla cornea, l'anello di Kayser-Fleischer: rame depositato nell'occhio, visibile a chi sa guardare. Samuel Alexander Kinnier Wilson, neurologo, la descrisse nel 1912, cervello e fegato insieme; per oltre quarant'anni si poté solo diagnosticarla, finché nel 1956 John Walshe scoprì che la penicillamina, presa per bocca, chela il rame e lo porta fuori. Oggi si cura con i chelanti, con lo zinco che ne blocca l'assorbimento, e con la dieta: niente pentole di rame, per chi ne ha già troppo.

Nel 1852, durante un'epidemia di colera, il medico francese Victor Burq si accorse che chi lavorava il rame moriva molto meno degli altri, e passò anni a raccoglierne le prove; nel 1867 le presentò alle Accademie delle scienze e di medicina, sostenendo che portare rame a contatto con la pelle proteggesse dal colera. Aveva ragione sul fatto e non sul perché: l'effetto oligodinamico, la tossicità degli ioni metallici per le cellule viventi anche a concentrazioni bassissime, fu descritto solo nel 1893. Un secolo e mezzo dopo, nel 2008, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente degli Stati Uniti ha registrato duecentosettantaquattro leghe di rame come materiali antimicrobici, sulla base di prove che uccidono più del 99,9 per cento dello stafilococco resistente alla meticillina entro due ore. Le maniglie degli ospedali stanno tornando di rame, come le mani degli operai di Burq.

Un uso del rame che nessuna età del bronzo avrebbe immaginato è dentro il corpo delle donne. Nel 1967 l'ostetrico americano Howard Tatum disegna un dispositivo intrauterino di plastica a forma di T, che fallisce nel diciotto per cento dei casi: inutilizzabile. Poco dopo un medico cileno, Jaime Zipper, scopre che l'alpacca — la lega di rame, nichel e zinco — ha un effetto spermicida dovuto al rame che contiene, e avvolge la T in una guaina di rame: il fallimento scende all'uno per cento. I modelli degli anni Settanta, con più superficie di rame, superano stabilmente il novantanove per cento di efficacia; il TCu 380A, approvato negli Stati Uniti nel 1984, dura fino a dodici anni ed è ancora il più raccomandato. Nessun ormone, solo ioni di rame: è fra i contraccettivi più efficaci che esistano e il più efficace di quelli d'emergenza.

A Butte, dove i Re del Rame si erano fatti la guerra, la Anaconda aprì nel 1955 una fossa a cielo aperto, il Berkeley Pit, lunga un miglio, larga mezzo, profonda cinquecentoquaranta metri. Il 22 aprile 1982 la ARCO, che l'aveva rilevata, la chiuse e spense le pompe della miniera Kelley, millecentocinquanta metri sotto la superficie. L'acqua, che quelle pompe avevano tenuto fuori, cominciò a salire attraverso la roccia, sciogliendone i metalli: oggi il pozzo è pieno per duecentosettanta metri di un'acqua a pH fra 4,1 e 4,5, come la birra o i pomodori, carica di rame, arsenico, cadmio, zinco e acido solforico. Dal 1983 è nella lista Superfund dei siti da bonificare, dal 2019 un impianto la tratta perché non arrivi alla falda. Si può visitare, da una piattaforma panoramica: la vista è il conto del rame.

Il colpo di Stato del 1973 rovesciò Allende ma non la nazionalizzazione. La giunta di Pinochet, per quanto sostenuta dagli Stati Uniti, tenne le miniere allo Stato e si limitò a pagare alla Anaconda oltre duecentocinquanta milioni di dollari di indennizzo; nel 1976 nacque la Codelco, la Corporación Nacional del Cobre, da ciò che era stato espropriato. È ancora pubblica, per il sentimento popolare e perché rende: paga le imposte, versa tutti i dividendi al governo, aggiunge il dieci per cento sul valore delle esportazioni, e in un anno buono come il 2007 ha girato al Tesoro sette miliardi e quattrocento milioni di dollari. Nel 2025 ha prodotto un milione e trecentotrentaduemila tonnellate, seconda impresa del rame nel mondo, in un paese che da solo fa almeno un terzo del rame mondiale. Il voto unanime del 1971 è sopravvissuto al governo che lo volle e a quello che lo rovesciò.

Le controversie

Anche il primo oggetto di rame ha due date. Le fonti divulgative italiane, e con esse la scheda base di questo vault, collocano il pendaglio della grotta di Shanidar a circa dodicimila anni fa; la voce inglese di Wikipedia, che cita lo scavo dei Solecki, dà per le perline di rame di Shanidar l'8700 avanti Cristo, cioè circa diecimilasettecento anni fa. Millecinquecento anni di scarto non sono un refuso, e nessuna delle fonti consultate spiega l'altra. Qui si è scelto di non scegliere. La scheda base tiene la data che circola in italiano, dichiarandola approssimativa; questo approfondimento dà quella della fonte inglese; e chi vuole la verità deve andare al rapporto di scavo, che è quello che le date di questo genere chiedono sempre.

Dove si è fusa la prima volta una roccia per tirarne fuori un metallo? La risposta da manuale era il Vicino Oriente; gli scavi serbi di Pločnik e Belovode, dal 2007, hanno spostato le prove più antiche nei Balcani e anticipato l'età del rame di cinquecento anni, «probabilmente da qualche parte vicino a questa regione», come scrive con prudenza la voce che li descrive. La questione è se la fusione sia stata inventata una volta e diffusa, o inventata più volte. Le date della stessa enciclopedia dicono che almeno fuori dall'Eurasia fu inventata da capo: in Cina prima del 2800 avanti Cristo, in America centrale verso il 600 dopo Cristo, in Africa occidentale nel nono o decimo secolo. Se popoli senza contatti ci sono arrivati da soli, la domanda «chi è stato il primo» somiglia sempre di più a una domanda sbagliata, e l'assenza di uno scopritore del rame smette di essere una lacuna.

Chi era l'uomo con l'ascia? Nei suoi capelli si sono trovati livelli alti di rame e di arsenico, e questo, insieme alla lama purissima, ha fatto ipotizzare che Ötzi fondesse rame di mestiere: l'arsenico accompagna spesso i minerali di rame, e le prime leghe erano di rame e arsenico. Ma la stessa voce che riferisce l'ipotesi la chiama «speculazione», e l'ascia dice anche il contrario. Era un possesso di valore e un segno di rango, e il suo rame veniva dalla Toscana meridionale, non dai giacimenti alpini che pure al suo tempo si sfruttavano, e da un fonditore locale ci si aspetterebbe metallo locale. Le letture possibili sono almeno tre — un artigiano del metallo, un uomo importante che lo esibiva, un uomo che portava un bene di scambio — e nessuna esclude le altre. Il rame ci dice da dove veniva l'ascia; su chi la impugnava tace.

Sui Grandi Laghi il rame fa una cosa che i modelli del progresso non prevedono: si ritira. Per millenni le genti della Old Copper Culture avevano fatto di rame punte di lancia, coltelli, asce, ami; verso il 1000 avanti Cristo gli oggetti utili spariscono e il metallo si restringe a gioielli e segni di rango. Gli archeologi lo chiamano, con un'espressione che è già un giudizio, «devoluzione tecnomica», e ne discutono la causa. L'ipotesi corrente è sociale: gerarchie più complesse, e il rame che diventa ciò che distingue chi comanda. Un'altra, che dà il titolo a uno studio del 2018, è funzionale: chiedersi se gli attrezzi di rame nativo fossero davvero migliori di quelli di selce. La seconda lettura è scomoda perché suggerisce che il rame sia stato abbandonato per una scelta ragionevole, non per un declino. Nel resto del mondo il rame ha portato al bronzo; qui ha portato agli orecchini, e forse era la scelta giusta.

Che cuprum venga da Cipro è certo; da dove venga Cipro, no. L'etimologia del nome dell'isola è sconosciuta e le ipotesi si contraddicono: il cipresso (kypárissos), l'albero dell'henné (kýpros), oppure una parola eteocipriota per il rame, o ancora le voci sumeriche zubar, rame, e kubar, bronzo. Se una di queste ultime fosse vera, il cerchio si chiuderebbe in modo curioso: l'isola si chiamerebbe «rame» per i suoi giacimenti, e il rame si chiamerebbe «di Cipro» per l'isola, cioè il metallo avrebbe preso il nome da sé stesso passando per un luogo. È il genere di domanda che i dizionari chiudono con un «forse». Quello che l'inglese copper, attestato dal XII secolo, conserva è comunque l'idea romana: non un elemento, ma la roba di cui sono fatte le cose, e il posto da cui arrivava.

Le miniere di re Salomone esistono, o almeno esiste il cartello. Negli anni Trenta l'archeologo americano Nelson Glueck attribuì il rame di Timna a Salomone, decimo secolo avanti Cristo, battezzò «Pilastri di Salomone» le colonne di arenaria della valle e «Miniere di re Salomone» il sito: l'ipotesi non resse, il nome sì. Beno Rothenberg, scavando dal 1959, datò i campi di fusione alla tarda età del bronzo, quattordicesimo-dodicesimo secolo, sulla base del santuario egizio di Hathor, e Salomone uscì di scena. Poi, dal 2009, Erez Ben-Yosef ha ridatato le scorie con il radiocarbonio su campioni a vita breve e con l'archeomagnetismo: l'attività maggiore è dell'undicesimo-nono secolo, cioè proprio l'epoca in cui la Bibbia colloca Davide e Salomone. Solo che i minatori, a quanto pare, erano edomiti, i nemici biblici d'Israele. Glueck aveva sbagliato per la ragione giusta e Rothenberg aveva ragione per il campione sbagliato: il rame di Timna è tornato al decimo secolo, ma non a Salomone.

William Andrews Clark voleva essere senatore quanto voleva il rame, e usò il proprio giornale, il Butte Miner, per arrivarci. Nel 1899, quando i senatori degli Stati Uniti erano ancora eletti dai parlamenti statali, si scoprì che aveva comprato i voti dei deputati del Montana; il Senato si rifiutò di farlo sedere. Ci riprovò, ce la fece, e servì un solo mandato «senza distinguersi» dal 1901 al 1907. La vicenda dei Re del Rame è istruttiva perché non c'è nulla di eccezionale nel loro metallo: è il denaro del rame che compra legislature, giornali, la scelta della capitale dello Stato, la costruzione di una ferrovia privata per rompere il monopolio di un'altra. Il diciassettesimo emendamento, ratificato nel 1913, tolse l'elezione dei senatori ai parlamenti degli Stati e la diede al voto popolare; la sua storia cita il caso di Clark fra le elezioni «comprate e vendute», pur ricordando chi giudica quel timore esagerato. Il rame di Butte è, in piccola parte, una delle ragioni per cui gli americani votano i loro senatori.

L'unanimità del 1971 finì ai dettagli. L'esproprio doveva pagare le miniere al valore di libro, ma il governo Allende introdusse nel calcolo l'idea dei «profitti eccessivi»: si stabilì che il dodici per cento era il tasso di profitto normale delle compagnie nel mondo, e che sopra quella soglia Anaconda e Kennecott avevano guadagnato in Cile, dal 1955 al 1970, settecentosettantaquattro milioni di dollari. La deduzione superava il valore delle proprietà, e nell'ottobre 1971 il Controllore generale stabilì che per Chuquicamata, El Salvador ed El Teniente le compagnie americane non avrebbero ricevuto nulla. Fu la base dichiarata di un boicottaggio economico internazionale che isolò il Cile e aggravò una polarizzazione già estrema. Qui le fonti si dividono su quanto quel conflitto abbia pesato nel colpo di Stato del 1973, e la voce che si cita segnala essa stessa che l'affermazione manca di riferimenti: il nesso è plausibile, non dimostrato. Che il rame fosse al centro, invece, non lo nega nessuno.

Nel 1996 dal Berkeley Pit furono recuperate trecentoquarantadue carcasse di oche delle nevi. La ARCO, custode del pozzo, negò che fosse stata l'acqua: un'infezione da aspergillo, disse, forse da un fungo del grano, e portò le autopsie di un'università del Colorado; lo Stato del Montana le contestò con le proprie analisi, che mostravano esofagi ustionati e piagati dall'acqua acida e metallica. Vent'anni dopo, il 28 novembre 2016, una tempesta fece posare nel pozzo più di sessantamila oche; si tentò di cacciarle, ne morirono fra tre e quattromila, e il rapporto del Servizio federale per la fauna del 2017 disse quello che nel 1996 era stato negato: erano morte per aver bevuto. Da allora sul bordo del pozzo ci sono macchine del rumore e cannoni a propano, e chi si posa viene cacciato con spari, laser e droni. Il rame ha dato a Butte un secolo di ricchezza e un lago che uccide chi ci si posa; la discussione, ogni volta, è su chi paga.

La poltiglia bordolese pone all'agricoltura biologica una domanda che non ha ancora risolto. È «naturale» nel senso che il rame è un elemento e la calce è calce, e per questo è l'unica sostanza ammessa in biologico che abbia insieme un forte effetto biocida e un ampio spettro d'azione: senza di essa i viticoltori biologici non saprebbero come fare. Ma il rame non si degrada. Spruzzato ogni anno per decenni si accumula nel suolo, avvelena lombrichi, pesci e bestiame, si concentra negli organismi. L'Unione Europea ne limita l'uso in diciotto paesi su ventisette; fra quelli che non lo limitano c'è l'Italia. Un pesticida di centoquarant'anni, scoperto per tenere lontani i ladri d'uva, è oggi il caso più chiaro in cui «biologico» e «innocuo» non sono la stessa parola.

Il rame ha un rivale che pesa un terzo e costa meno, e la questione di quando usarlo è stata pagata in incendi. Sulle linee di trasmissione ad alta tensione l'alluminio ha vinto da un secolo: i tralicci reggono metà del peso a parità di corrente. Ma nei primi anni Sessanta, in Nord America, con un boom edilizio e il prezzo del rame alle stelle, si cominciò a cablare intere case con filo di alluminio di grado elettrico, usando prese e interruttori progettati per il rame. L'alluminio si dilata in modo diverso dalla vite d'acciaio che lo stringe, e con le installazioni fatte male i contatti si allentano e scaldano: alla fine del decennio i guasti erano ovunque, e le case bruciavano. La Commissione per la sicurezza dei prodotti lo mise agli atti, e ancora oggi una casa con quel cablaggio fatica a trovare un'assicurazione. Le leghe nuove hanno risolto il problema tecnico; la fiducia, nelle pareti domestiche, è tornata al rame.

L'eredità contemporanea

Il metallo dell'età del bronzo è uno di quelli di cui la transizione energetica ha fame. Nel 2024 il mondo ha prodotto circa ventidue milioni e ottocentomila tonnellate di rame; più di metà della domanda è cinese, e la Cina è dal 2008 il primo importatore. Ogni cosa che sostituisce un motore a combustione o una caldaia con un filo — un'auto elettrica, una turbina eolica, un pannello, una linea che porta corrente dove prima c'era gas — chiede rame, e le proiezioni danno una domanda cresciuta della metà entro il 2040. Nel maggio 2024 il prezzo alla Borsa dei metalli di Londra ha superato per la prima volta gli undicimila dollari la tonnellata. Il rame è stato per millenni il metallo degli utensili e poi quello dell'elettricità; adesso è il metallo del modo in cui il mondo prova a smettere di bruciare.

Il rame si usa da almeno diecimila anni, ma più del novantacinque per cento di tutto quello mai estratto è uscito dalla terra dopo il 1900. Ce n'è moltissimo — centomila miliardi di tonnellate nel primo chilometro di crosta, cinque milioni di anni al ritmo attuale — e pochissimo che convenga cavare: le stime delle riserve sfruttabili vanno da venticinque a sessanta anni, secondo quanto si suppone che cresca la domanda, e il tenore medio dei minerali è sceso sotto lo 0,6 per cento, sei chili di rame in una tonnellata di roccia. Per questo si guardano i noduli polimetallici sul fondo del Pacifico, fra tremila e seimilacinquecento metri, e per questo il riciclo copre già un terzo della domanda. Il rame si ricicla senza perdere qualità, ed è il terzo metallo più riciclato dopo ferro e alluminio: si stima che l'ottanta per cento di tutto quello mai estratto sia ancora in uso. L'ascia di Ötzi, rifusa, condurrebbe come un filo nuovo.

Nel 1986 due ricercatori dell'IBM, Georg Bednorz e Alex Müller, trovano che un ossido di lantanio, bario e rame diventa superconduttore a 35 kelvin, ben sopra il record di 23; il Nobel per la fisica arriva l'anno dopo. Poco dopo l'ossido di ittrio, bario e rame — YBCO, «uno-due-tre» dalle proporzioni dei metalli — arriva a 93 kelvin, cioè sopra il punto di ebollizione dell'azoto liquido, ed è la prima volta. Quarant'anni dopo i cuprati sono ancora i superconduttori a temperatura più alta con cui si possano fare fili e magneti, e nessuno sa davvero perché funzionino: la teoria che spiega tutti gli altri qui non basta. Il metallo dei fili è diventato, dentro un ossido, il metallo dei fili senza resistenza.

La proprietà che Burq aveva intuito nel colera è diventata un materiale da costruzione. Le duecentosettantaquattro leghe registrate nel 2008 come antimicrobiche — rami, ottoni, bronzi — sono pensate per le «superfici di contatto»: maniglie, corrimano, piani, rubinetterie. Il colibacillo O157, che sull'acciaio inossidabile sopravvive per settimane, sul rame è morto per più del 99,9 per cento in una o due ore; lo stesso vale per lo stafilococco resistente e per il Clostridioides difficile, e l'effetto è intrinseco a tutte le leghe provate. Il limite è estetico e culturale: il rame si ossida, si scurisce, e per un secolo l'igiene è stata bianca e lucida. La patina che ha salvato la Statua della Libertà è la stessa che fa sembrare sporca una maniglia pulitissima. Il primo metallo lavorato chiede agli ospedali di cambiare idea su come si vede la pulizia.

Il Cile è ancora il primo produttore di rame del mondo, con almeno un terzo del totale, e fornisce agli Stati Uniti il settanta per cento del rame raffinato che importano. Il tentativo di fare del rame ciò che l'OPEC ha fatto del petrolio — il Consiglio dei paesi esportatori fondato nel 1967 da Cile, Perù, Zaire e Zambia — non ha mai avuto quel peso, anche perché il secondo produttore, gli Stati Uniti, non ne fece parte, e si è sciolto nel 1988: il rame non è mai stato un'arma. Chuquicamata, la fossa che Guevara trovò glaciale, ha cominciato nel 2019 a scendere in galleria, perché a cielo aperto non conviene più; nel 2024 ha dato duecentottantanovemila tonnellate, quinta miniera del paese. Il rame che nel 1536 ferrava i cavalli di Almagro regge ancora il Cile, e lo regge da sempre più in profondità.

C'è un indicatore del prezzo del rame che non sta in nessuna borsa: i furti. Quando il metallo sale, spariscono i cavi di terra delle ferrovie, le tubature delle case, le targhe commemorative, le croci dei cimiteri, e il danno è quasi sempre incommensurabile con il bottino. Nel luglio 2013, nella Bassa Austria, centosessanta metri di cavo — duecentocinquanta chili, meno di mille euro al rottamaio — rubati da una sottostazione ferroviaria hanno guastato elettronica per centoquarantamila euro; altrove i treni si fermano, la corrente salta, e chi taglia un cavo sbagliato diventa il percorso più breve verso terra. È l'eredità meno nobile e più precisa del rame: un metallo che vale abbastanza da essere rubato, che non si distingue una volta fuso, e che sta ovunque, a portata di mano, dentro le cose da cui dipendiamo.

A un adulto servono nove decimi di milligrammo di rame al giorno, secondo l'Istituto di medicina americano, e non più di dieci — cinque per l'autorità europea — perché l'intervallo fra necessario e tossico, per questo metallo, è stretto. Lo danno ostriche, fegato, noci del Brasile, melassa, cacao, pepe nero, e una dieta normale lo fornisce senza pensarci: la carenza colpisce i neonati sottopeso, chi ha difetti genetici come la malattia di Menkes, chi non assorbe. È un oligoelemento essenziale per ogni pianta e ogni animale, ma non per tutti i microrganismi, e proprio lì sta la ragione per cui le superfici di rame uccidono i batteri e non noi. Il primo metallo che l'umanità ha lavorato era già dentro di lei, a due milligrammi per chilo, a far respirare le cellule; ci abbiamo messo diecimila anni ad accorgercene, e la prima traccia nota è del 1833, in un mollusco.

Il modo più antico di lasciare rame ai posteri è metterlo in alto. Le porte del tempio di Amon-Ra a Karnak erano rivestite di rame; nel terzo secolo avanti Cristo un tempio dello Sri Lanka aveva tegole di rame; il Pantheon nel 27 avanti Cristo, una copertura di rame. Il tetto del duomo di Hildesheim, posato nel 1280, è ancora al suo posto; quello di Kronborg, il castello di Amleto, dal 1585. Per secoli il rame fu riservato a chiese, palazzi pubblici, università, perché costava e perché durava: un tetto di rame sopravvive di regola alla struttura che lo regge. I tetti verdi delle città europee vengono da qui, e il verde è anche il colore di una promessa: quando il tetto scenderà, il rame tornerà in fonderia intero, come torna da sempre. Quasi niente di ciò che si costruisce può dire lo stesso.

Alla fine resta la cosa da cui si è partiti: il rame non ha un nome da ricordare. Ha invece un'officina di cinque metri quadrati scavata nel 2026 in Anatolia, dove novemila anni fa qualcuno lavorava la malachite sotto una tettoia; un ragazzo di tredici anni che nel 1952 trova ossa in una cava del Wisconsin; un pescatore di spugne che descrive biscotti con le orecchie; un uomo morto con un'ascia toscana sul confine austriaco; un professore di botanica che chiede perché i filari lungo la strada siano sani. Gli altri elementi hanno una data e una persona, e la loro storia si racconta da lì. Quella del rame si può raccontare solo così, per accumulo, e questo la rende più simile alla storia della tecnica in generale — che raramente ha un inventore e sempre ha molti utenti — di quanto lo sia qualunque scoperta con un nome sopra. Il primo metallo è anche il più onesto sul modo in cui le cose vengono davvero imparate.

Fonti